domenica 15 settembre 2013

Il ritorno non lo è mai

Quattro mesi. Circa 120 giorni passati nelle rade dell'arcipelago delle Baleari.
Homaok riposa. Saldamente ormeggiato al pontile F, posti 44-46, già perché è largo nove metri, Marina Port Vell.
La tappa di Barcellona segna la fine della stagione estiva. Abbiamo accompagnato un gruppo di passeggeri australiani. Sbarcati questa mattina, continueranno il loro felice ed alcolico tour europeo.
Piove. Non forte, perlomeno non ora. Pioggia fina. Leggera che quasi non la senti. In cielo nuvole violacee corrono verso sud spinte dalla brezza che soffia vivace. Ma qui in città il vento si percepisce appena.
Mocassini ai piedi, a malapena ho ricordato come allacciare le stringhe di morbida pelle, guardo dal pontile Homaok stretto tra due barche, sembra che il cat sgomiti a destra e sinistra per trovare il suo spazio. È solo la risacca.
Domenica.  Un buon giorno per arrivare. Cantieri, tecnici, riparatori vari, nessuno al lavoro. Così hai una bella scusa per non fare niente. I lavori di preparazione possono aspettare.
Intanto la giacca a vento si infradicia e la visiera del cappello comincia a gocciolare. Non mi dispiace bagnarmi.
Lasciato il porto, faccio due passi in città. La folla è notevole. Ragazzi e famiglie da ogni parte d'Europa. Sono ancora in molti a godere delle ferie, ma nell'aria fresca e carica di umidità c'è profumo di autunno.
Non posso fare a meno di pensare alla giornata che ho passato a Barcellona con la mia famiglia. Una piccola fuga di metà agosto. Nessuno se n'è accorto. Preso l'aereo all'alba da Ibiza, alle 9 del mattino ero seduto a colazione in hotel con Justine, Stefano e Rebecca. La piccola grande Rebby, che, con la sua vocina infantile e l'italiano approssimativo, riesce a strapparmi sempre un sorriso. Loro si fermavano per una settimana, io avevo 10 ore.
E com'era diversa la città.
Oggi percorro la Rambla e con gli occhi cerco i particolari che hanno attratto il nostro stupore, mio e di Justine. Ma la curiosità e l'entusiasmo sono spariti. Scacciati dal ricordo di qualcosa che ora non c'è. Le mie spalle alleggerite del peso di Rebecca che da un anno a questa parte ha confuso suo padre con una cavalcatura e, moderna amazzone munita di frustino e speroni, non muove più un passo quando siamo insieme. Sempre in movimento. Gioiosa meraviglia.
Tra la folla che si muove verso di me scorgo persone tra le più varie e alcuni mi rubano un sorriso. Chi se ne accorge mi fissa irritato. Ma non posso farne a meno. Il pensiero di mio figlio maggiore, Stefano, delle sue battute e della sua meraviglia davanti a creature così diverse mi ridona un poco di ilarità.
Così, per istinto, mi rivolgo alla mia destra per indicare a Justine quei tipi strani, quando il ricordo che non è al mio fianco mi assale furioso, mi toglie il fiato. Il suo braccio non è nel mio. Loro sono a casa.
È un veleno subdolo. Agisce lentamente. Si insinua nei gangli cerebrali più profondi. Allora guardi ma non vedi. Senti ma non ascolti. I colori sbiadiscono e i giorni diventano tutti uguali. Incurante davanti agli incredibili effetti speciali della natura. Forma grave di nostalgia.
Esiste un antidoto, ma l'effetto non è duraturo. Bisogna ripeterne l'assunzione. Gli intervalli si accorciano nel tempo e il sollievo si affievolisce, rapido.
Per i viaggiatori non è una cura, il ritorno non lo è mai.

venerdì 13 settembre 2013

A scuola di burocrazia

La burocrazia è odiosa, ma per molti inevitabile, persino piacevole.
La burocrazia da agli inetti la possibilità di utilizzare l'odio abietto, nato da un malsano senso di inferiorità, come arma di vendetta e sopraffazione nei confronti delle persone comuni. Sia chiaro che il senso di inferiorità del burocrate è più che legittimo, perché egli è veramente inferiore. Altrimenti come potrebbe crogiolarsi nella futilita burocratica con simil piacere?
E fin qui nulla di nuovo.
Quando, però, la burocrazia, nei panni di un minuscolo e trasandato segretario di scuola superiore, si accanisce su un ragazzino di 14 anni nel tentativo di compromettere e vanificare le scelte faticosamente compiute per dare alla sua vita una direzione, forse sbagliata, non possiamo ancora capirlo, ma sicuramente ponderata e ricchissima di speranze; ebbene, quando tutto questo succede, il mio senso di giustizia è colpito profondamente.
Criminale!
Incoscente!
Il tuo errore è rimediabile, ma tu ti accanisci e rifiuti, pur ammettendolo, di porvi rimedio.
E non ti rendi conto che già il danno creato ha delle conseguenze che non hai saputo vedere, delle quali, dato il tuo ruolo in un istituto atto a formare le giovani menti, non hai voluto, criminale, comprendere la gravità.
Io guardo negli occhi mio figlio e leggo nei suoi silenzi la delusione e la rabbia.
Sono questi i sentimenti con i quali deve affacciarsi alla vita ed affrontare cinque anni di studio impegnativo?
Ma io non lo permetterò. Non lo permetterà sua madre.
Non ti daremo pace.
È una promessa.

Claudio Nicolig
Catamarano homaok