martedì 30 marzo 2010

Catamarano Homaok.

30/03/2010

Tortola, BVI

Oggi, per la serie “Le Dogane”, vi parlerò della nostra avventura a St. Thomas, USVI.
Tutto ha inizio il 24 gennaio di quest'anno. Un mese è passato dal nostro arrivo alle Isole Vergini Britanniche e il nostro permesso di soggiorno è in scadenza. Niente di grave, come ci ha spiegato un ufficiale dell'immigrazione, si tratta di fare l'uscita dalle BVI, andare in un altro stato, farsi timbrare i passaporti, poi tornare e rifare l'entrata qui, per un altro mese saremo a posto.
Decidiamo allora di andare alle Isole Vergini Americane, che si trovano proprio dall'altra parte del Drake Channel, a meno di dieci miglia.
Io e Diego abbiamo i passaporti nuovi, quelli colo Chip elettronico e da quello che ci hanno detto non abbiamo bisogno del visto. Quindi, fatta l'uscita dalle Isole Britanniche e pagati i nostri bravi 10$, via l'ancora, su tutte le vele, si va in America.
Dopo una stupenda veleggiata con vento fresco della durata di poche ore, arriviamo a Charlotte-Amalie, capitale delle USVI.
Si getta l'ancora in un'ottima rada, ben protetta e dal buon fondo, poi si scende a terra per fare dogana, meglio non scherzare, la severità degli americani è nota a tutti. Qui il posto per il gommone c'è, ma si trova a circa cinquecento metri dagli uffici, che sono sul lungomare dalla parte opposta della rada, sulla banchina dei traghetti.
Una volta entrati, ci troviamo davanti ad ufficiali di polizia, tutti armati di pistola e manette, ma non molto atletici, scusate il solito eufemismo. Le loro facce esprimono una certa perplessità nel vedere i nostri passaporti. Ci chiedono se siamo mai venuti sul suolo americano: mai, rispondiamo noi e cominciamo ad essere preoccupati. Ci chiedono il visto: Diego, allora in inglese passabile, gli spiega che con questi passaporti non serve. A questo punto arriva un ufficiale più alto in grado, che prende in mano la situazione e i passaporti, poi molto gentilmente ci spiega che non abbiamo bisogno del visto se arriviamo in aereo o in traghetto, cioè con mezzi pubblici, ma che se arriviamo con una barca privata, si. Lui non può far niente, dobbiamo lasciare immediatamente le isole. Nel frattempo ci mostra un form verde (ndr: il solito modulo da compilare, quello che chiede se abbiamo mai avuto malattie rare o siamo intenzionati a compiere atti terroristici), senza quello, che viene consegnato sui mezzi, non può timbrare il passaporto. Noi siamo sbigottiti, perché non ci da lui quel form, così lo compiliamo e si sistema tutto. Non può. È irremovibile. L'unica cosa che possiamo fare, ci consiglia, è di andare alle BVI e tornare l'indomani col traghetto. A questo punto, col form consegnato sul traghetto, ripresentarci da lui, che sarà felicissimo di timbrarci il passaporto. Io e Diego siamo allibiti. Con noi, negli uffici c'è anche uno skipper Brasiliano con la moglie, che ci consiglia di attaccarci ad internet, compilare il form in rete e stamparlo, poi tornare alla dogana, che deve farci entrare.
Torniamo su Homaok. Dalla barca si prende la rete wifi di un albergo nelle vicinanze, ci colleghiamo al sito dell'ambasciata americana, compiliamo il form, otteniamo dal computer il nullaosta all'entrata e verso le quattro del pomeriggio siamo di nuovo alla dogana.
La meraviglia degli agenti nel vederci ancora li è tanta, ma anche il disappunto. Mostriamo loro il form stampato dal computer, ma loro non lo accettano. Ritorna l'ufficiale della mattina, è decisamente contrariato. Quel form non va bene nel nostro caso, non se arriviamo con una barca privata. Dobbiamo andarcene, prendere il traghetto e tornare.
Decidiamo di andare a Saint Martin. Non possiamo più tornare alle BVI, tra le isole non si naviga col buio e la sera è ormai alle porte. Colmo della sfortuna, nel pomeriggio il vento è aumentato e arriva proprio da Sud-Est, la nostra direzione. Randa con due mani, fiocco leggermente avvolto, ci predisponiamo ad una lunga bolina che durerà tutta la notte. Col primo bordo, a mezzanotte, siamo a cinque miglia da Saint Croix, sempre americana, via al nuovo bordo, alle tre siamo davanti a Peter Island, BVI, non si procede, un altro bordo e alla mattina, decidiamo di averne abbastanza, siamo ancora al traverso delle BVI, il vento nella notte ha toccato i quaranta nodi, il mare è molto mosso, ma chi ce lo fa fare! Invertiamo la rotta, Torniamo a Tortola. Gettata l'ancora, senza andare a far dogana, prendiamo il primo traghetto per Saint Thomas, 90$. Il vento è calato e il sole picchia, il viaggio si dimostra una bellissima passeggiata nell'arcipelago, il traghetto sfiora isole e bassi fondi e in meno di un'ora siamo davanti al banco controllo documenti di Charlotte-Amalie, col form verde e il passaporto in mano. « Hi Guys! » , i doganieri ci vengono incontro come vecchi amici alla festa del liceo, gli altri turisti ci guardano incuriositi, non capiscono. Arriva l'ufficiale tutto sorridente, stretta di mano, fotografie, controllo delle impronte e finalmente timbro sui passaporti, per tre mesi saremo i benvenuti!
Ora non ci resta che tornare alle BVI, sempre col traghetto, prendere Homaok e venire di nuovo.
Arrivando a Tortola col traghetto, però c'è da fare di nuovo dogana. Come prenderanno gli Inglesi la nostra sortita in America? Non troppo bene. Le facce sono scure, le teste scosse: la prossima volta, arriva la paternale, dovete fare l'uscita prima di prendere il traghetto. Non sanno che non potevamo, perché l'avevamo già fatta il giorno prima con la barca. Comunque le autorità locali sono più propense a chiudere un occhio con i turisti, ce la caviamo con poco, il solito form da compilare e il passaporto è di nuovo timbrato. Ora possiamo rimanere un altro mese, non abbiamo più bisogno di tornare alle USVI.
Conclusione.
Prima di avventurarvi in uno stato nuovo informatevi bene sulle pratiche doganali e sulla necessità o meno del visto.
Al momento di prendere il traghetto a Tortola, l'addetto della biglietteria fa passare il passaporto in un lettore ottico per verificare i dati al computer, molto probabilmente è questo quello che voleva fosse fatto l'agente americano, il sistema centrale in questo modo accerta la provenienza delle persone, verifica che con una barca privata non può essere fatta.
Ora per tre mesi possiamo andare e venire dalle USVI, ogni volta passando dalla dogana, però gli americani non chiedono soldi, ogni volta ricevuti con un sorriso di riconoscimento, le isole sono molto belle e sarebbe stato un peccato rimanerne esclusi.
Ringrazio comunque gli ufficiali, sia delle USVI, che delle BVI, per la gentilezza e la pazienza, anche se continuo a non comprendere pienamente il significato di queste procedure burocratiche.
Hi Guys!

venerdì 26 marzo 2010

Catamarano Homaok.

26/03/2010

Tortola, BVI

La mattina del 24 dicembre 2009, la vigilia di Natale, Homaok getta la sua ancora per la prima volta nella rada di Road Harbour, a Tortola. Più di 4000 miglia percorse dal giorno della sua partenza da l'Ile Des Embiez, vicino a Tolone, in Francia.
Appena arrivati io e Diego ci siamo recati alla dogana per sbrigare le pratiche di immigrazione.
Come da portolano, gli uffici si trovano sulla banchina di approdo dei traghetti in una costruzione beige col tetto rosso, che si vede da tutta la rada, a non più di un centinaio di metri da dove siamo ormeggiati noi. Calato il gommone, documenti alla mano, siamo partiti.
Questa è praticamente una tappa obbligatoria per chi arriva alle BVI e dato il traffico di barche, il fatto che la dogana si trovi a due passi dalla rada, è proprio una bella cosa.
Avvicinandoci, però, ci siamo accorti che la banchina è di cemento armato, molto alta, la tipica banchina commerciale, con rari copertoni d'auto come paracolpi. Decidiamo di fare il giro, per vedere se dall'altra parte, c'è un piccolo molo per i tender. Niente.
Siamo indecisi: il gommone di Homaok è nuovo, ci è stato consegnato pochi giorni prima della traversata e questa è praticamente la sua prima uscita. Non abbiamo voglia di vederlo disfarsi contro il cemento o diventare nero sui copertoni, comunque per noi risolve la questione un addetto dei traghetti, che a gesti ci fa capire che non è possibile ormeggiare. Ottimo.
A questo punto decidiamo di ormeggiare al Penn's Marina, una piccolo pontile equipaggiato di acqua e corrente che si estende a Sud Ovest, appena dentro la rada, in un angolo ben protetto; qui è a disposizione un attracco in legno per i tender. La proprietaria è una signora americana trapiantata alle isole da vent'anni, molto gentile, che avremo modo di conoscere meglio.
Una volta a terra la dogana dista circa trecento metri, non di più. In cinque minuti ci arriviamo.
Camminando per strada ci capita di imbatterci in alcune persone con indosso il cappello rosso di Babbo Natale e dappertutto risuonano le canzoncine tipiche della festa, ci ricordiamo allora che oggi è la Vigilia, il sole fortissimo e la temperatura di trenta gradi ci avevano fatto dimenticare che siamo in inverno. Natale in pantaloncini e maglietta: così acquista un fascino del tutto particolare.
Finalmente arriviamo alla dogana. Una volta entrati un signore gentile ci spedisce al piano superiore, dove un impiegato in divisa ci consegna dei moduli da compilare, poi con aria affaccendata sparisce. Non tornerà mai più. Una volta compilati i moduli, ci mettiamo tranquilli ad aspettare, gli uffici del piano sono tutti vuoti, “la Festa”, pensiamo tranquilli, “il personale sarà ridotto”. Dopo quasi mezz'ora però cominciamo a chiederci dove sia finito. In giro non c'è nessuno.
Scendiamo al piano inferiore, dove un altro signore gentilissimo ci indica una porticina nascosta dietro alla scala, quasi invisibile dall'entrata. Siamo un po' scettici, sembra la porta dello sgabuzzino delle scope, ma andiamo. Una volta aperta scopriamo che da l'accesso ad una stanza piuttosto grande, con al centro quello che sembra un banco per il controllo dei documenti e in fondo, davanti a noi due metal detector, forse ci siamo.
Due ufficiali in divisa sono seduti sui rulli del controllo bagagli e chiacchierano tranquilli, si capisce che oggi non c'è molto lavoro. Ci avviciniamo.
Ci danno un'occhiata e ci indicano quasi senza interrompere il loro chiacchiericcio un ufficio dietro l'angolo. Sulla porta una targa con scritto ufficio immigrazione, finalmente.
La porta è aperta e io mi affaccio per primo. Rimango di sasso. Seduta alla scrivania un ragazza in divisa e piuttosto in carne, se mi scusate l'eufemismo, sta tranquillamente dormendo. Entra anche Diego e una volta capita la situazione mi guarda imbarazzato. Cosa facciamo? Ci arrischiamo a svegliarla? E se si arrabbia, magari ci crea problemi con i documenti?
Ma l'ufficiale apre gli occhi e come se niente fosse comincia a fissarci in silenzio. « Hi » , dico io, ma dal lampo di disappunto che colgo nel suo sguardo capisco di aver sbagliato il saluto.
Dovete sapere che io non parlo assolutamente inglese. A scuola ho studiato solo il Francese e nonostante le pecche del nostro sistema scolastico, me la cavo abbastanza bene, ma con l'inglese, zero al quadrato. Diego poi mi spiegherà che Hi è una formula conviviale, che si usa tra amici o ragazzi, che ad una ufficiale avrei dovuto dire Good Morning. Un buon inizio.
A questo punto prima che ci arrestino, mi faccio da parte e lascio che a parlare sia Diego. Lui l'inglese lo parla, più o meno.
Due parole e dal cassetto saltano fuori altri moduli. I passaporti cambiano di mano e la pratica senza nessuna parola da parte della donna, comincia ad avviarsi. Compilati i nuovi moduli, veniamo indirizzati a gesti dagli ufficiali del metal detector, quelli chiacchieroni. Questi ritirata parte della carta compilata ci mandano davanti ad uno sportello, dove, sempre a gesti e con il minimo indispensabile di parole, veniamo gentilmente invitati a pagare la tassa di soggiorno: 20$ per un mese, la barca e due persone, non caro.
Per concludere torniamo dalla dormigliona, che finalmente viste le ricevute del pagamento ci timbra i passaporti e ci lascia liberi.
In tutto ci abbiamo impiegato un'ora.
Devo dire che il governo delle BVI non è assolutamente severo in fatto di immigrazione: i moduli, alla fine, sono due e la tariffa è assolutamente onesta. Nessuna richiesta di visti o cose strane. Il mese successivo, capita l'antifona, faremo tutte le pratiche in meno di dieci minuti.
Rimane nel cuore la meraviglia per il comportamento di questi ufficiali, non maleducato, ma in qualche maniera irritante, forse, i burocrati di tutto il mondo si assomigliano un poco.
Hi.
No cioè, scusate, Good Evening.
(ma, perché non mettono un molo per i gommoni?)

giovedì 25 marzo 2010

Catamarano Homaok.

25/03/2010

Tortola, BVI

Digressione.
Buio. Sono le tre del mattino. Neanche un alito di vento. L'acqua qui nella rada di Road Harbour è completamente ferma. Sono stato svegliato da una zanzara che vista l'assenza di vento deve aver deciso di tentare la traversata fino alla mia cuccetta, forse devo farmi una doccia. Dopo essersi riempita l'addome del mio sangue ha preso il volo per andare a rifugiarsi in qualche angolo del catamarano, ma così appesantita ha deciso di passare vicino al mio orecchio, avete presente il rumore di una zanzara a pieno carico? La mia mano è partita ancora prima che fossi completamente sveglio e la piccola bastarda ha finito la sua vita spiaccicata contro la parete della cabina. Ora però bisogna ripulire.
Così mi sono alzato.
Passando davanti alla porta ho deciso di dare uno sguardo fuori, non si sa mai.
Il silenzio è totale. Le barche alla fonda sono tutte girate diversamente le une dalle altre. Le catene perfettamente verticali. La Luna sta tramontando, è a metà. La sua luce, comunque vividissima, illumina le basse colline che circondano la rada. Nuvole bianchissime risaltano in pieno contrasto col cielo nero sullo sfondo, stelle di ogni genere e dimensione riempiono la volta, tra tutte spicca la costellazione di Orione, che da quando sono partito domina tutte le mie notti.
In questi momenti di grande silenzio, ci si rende conto di quanto l'umanità, anche qui ai Caraibi, sia rumorosa. Spicca tra tutto, la mancanza del rumore del traffico, quel continuo fruscio che riempie la nostra vita, scotto da pagare per avere l'immensa libertà che le auto ci danno, forse.
Un suono non manca, un canto che qui a Tortola sento di giorno come di notte, arriva da ogni direzione, alcune volte è talmente vicino che sembra nascere da sotto lo scafo, altre giunge da lontano, sulle colline. È il canto dei mille galli che vivono liberi su quest'isola.
Lo so. Con un preambolo simile aspettavate qualcosa di più poetico, meno banale, ma dovete essere qui con me, ora, alle tre del mattino di una notte senza vento, per comprendere che questo canto qualcosa di poetico ce l'ha.
È una nota triste che attraversa lo spazio, rimbalza sui colli poi torna indietro, un richiamo dalle mille risposte, che ridonda nelle mille gole dei mille galli.
Forse è il simbolo che ben rappresenta lo spirito di questa terra, dei suoi abitanti. Gente tranquilla, onesta, lavorano di giorno, la notte se ne stanno chiusi nelle loro case con le loro famiglie. Vi siete chiesti perché ci siano tanti galli e tante galline liberi di muoversi per le strade e i parcheggi? Sono veramente dappertutto, non hanno assolutamente paura degli uomini, capita a volte di vedere le auto ferme in colonna, nel centro della città, in attesa che la chioccia con i suoi pulcini attraversi la strada. E nessuno si attacca al clacson innervosito per la lunga attesa. Uomini d'affari in giacca e cravatta, chiusi nei loro immensi Pickup con l'aria condizionata, fermi a fianco del ragazzino diciottenne a bordo della sua auto taroccata, con l'autoradio in palla, se ne stanno li tranquilli, mentre la piccola processione pigolante passa davanti alle loro ruote, se si accorgono che li guardi incuriosito, ti fanno un cenno di saluto.
Ecco. Un cenno di saluto.
Camminare per le strade delle BVI vuol dire salutare ed essere salutati da tutti. Nessuno ti passa accanto senza un “good morning”, senza un “hi”, senza un cenno della mano o anche solo della testa.
Non venitemi a dire che tra barche ci si saluta anche da noi, perché per esperienza so che gli unici che non rispondono mai ai cenni tra skipper sono proprio gli italiani. E così anche per strada, al mio paese per strappare un saluto bisogna bloccare il passaggio, mettersi in mezzo e comunque anche così devi essere il primo a salutare, non sia mai che l'altro abbassi la guardia.
Ho fatto il farmacista per sette anni, a fianco di mia madre e ancora fino all'ultimo giorno se incontravo un cliente per strada dovevo faticare sette camicie per strappargli non dico un saluto, ma neanche un cenno di riconoscimento: « ma come? Sei appena uscito dal mio negozio, ti ho appena venduto la crema per le emorroidi e ancora non sai chi sono? »
Provate a lasciar libere delle galline in centro a Milano e alla sera avrete brodo di pollo per cena. Ammesso che non vi rubino i cadaveri delle poverette.
Ma allora chi sono gli abitanti di queste isole? Perché sono così diversi da noi?
Arrivando a Saint Martin, tre mesi fa, io e Diego abbiamo legato con la solita cimetta di corda il gommone alla banchina del marina, quando si avvicina a noi un marinaio inglese anche lui appena sbarcato che ci dice: « non potete lasciare il gommone legato così, con quella corda, dovete comprare un cavo di acciaio col lucchetto, come il mio, qui non siamo mica alle BVI! » .
Un altro esempio: a Saint Thomas, appena arrivati a Charlotte-Amalie, legato il gommone col nuovo cavo di acciaio, per andare in centro bisogna passare accanto a delle panchine pubbliche, sopra di queste due o tre barboni dormono regolarmente tutti i pomeriggi e le notti.
Qua alle BVI, in tanti mesi di permanenza non mi è mai capitato di vedere un questuante, mai. I gommoni vengono legati con delle corde. Le auto sono lasciate nei parcheggi aperte, oppure col motore acceso per l'aria condizionata, comunque una brutta abitudine, nessuna viene rubata.
Nessun problema a lasciare le barche in rada, niente ceffi per strada, niente facce strane in giro alla notte. E questa è la città più popolosa, potete immaginare le isole vicine.
Solo gente che saluta.
Ora forse è chiaro perché ci siano tanti polli ma niente pollai!
Good Morning.

martedì 23 marzo 2010

Catamarano Homaok.

23/03/2010

Tortola, BVI

L'isola delle Tortore, Tortola appunto, con i suoi 55 Kmq è la più estesa delle Isole Vergini Britanniche. 18.000 dei circa 23.000 abitanti dell'arcipelago abitano su quest'isola e tra questi circa 17.000 abitano a Road Town, la capitale amministrativa delle BVI.
Questi i numeri.
Evidentemente questa città è il centro urbano più importante delle isole, anche perché se vogliamo essere onesti è l'unico. Le guide turistiche, come quella che ho sotto il naso, sono sempre molto ricche di aggettivi altisonanti nelle loro descrizioni, infondo devono spingere i turisti a venire, ma definire città Spanish Town o Soper's Hole, dimostra una certo eccesso di ottimismo: dieci case, due bar e un ristorante, non fanno una città, secondo i nostri canoni, non fanno nemmeno un paese. Road Town stessa, considerato il numero di abitanti potrebbe far pensare ad una cittadina abbastanza sviluppata, ma la guida non dice che la maggior parte dei residenti non abita nel centro vero e proprio, ma in centinaia di casette sparse tutte intorno.
La mia non vuole essere una critica, tutt'altro, la realtà supera di gran lunga in bellezza la descrizione fatta da questo libricino. Quando nell'inverno del 2008 io e Diego abbiamo fatto uno studio sulle località migliori per fare charter qui ai Caraibi, basandoci sulle guide a nostra disposizione ci eravamo fatti un'idea delle BVI ben diversa. Sembrava che ormai di vergine nelle isole non ci fosse più nulla.
Dopo una permanenza che proprio in questi giorni tocca i 3 mesi, abbiamo visitato tutte le isole, girato ogni angolo, ogni spiaggia e ogni rada e l'impressione che ne abbiamo tratto è che questo arcipelago, pur tra i più frequentati dai turisti è ancora molto naturale, in un certo senso, molto più disabitato di quanto la guida lasci presupporre. Le attrezzature ci sono, eccome. Villaggi, ristoranti e bar, piccole marine e banchine di ormeggio, locali e negozi, anche cantieri dove persino Homaok con i suoi 9,20 metri di larghezza ha potuto uscire e far carena, non manca nulla. Ma ovunque si possono trovare angoli sperduti e fantastici nei quali godere la bellezza di questa natura in completa solitudine, isole come Salt, dove in rada, davanti ad una spiaggia stupenda ed ad un pontile abbandonato si può passare la notte al chiaro di luna in un'atmosfera romantica indescrivibile oppure come Anegada, l'atollo corallino, dove si può buttare l'ancora in un'ansa del Reef a quasi un miglio da terra e compiere un'immersione con le bombole su uno degli innumerevoli relitti.
Questo arcipelago ha due anime, civiltà e natura convivono fianco a fianco, così può succedere che dopo una bellissima nuotata fatta davanti ad una spiaggia deserta, basti girare il capo per trovarsi seduti a tavola in un ottimo ristorante, circondati da persone che arrivano da ogni angolo del mondo, con il gommone legato alla gamba della sedia. Oppure come succede a Beef Island, dopo una giornata passata a sonnecchiare su un'amaca all'ombra di una palma, basti fare due passi per trovarsi davanti alla biglietteria dell'aeroporto.
Anche Road Town rispetta questa regola, situata sul fondo della rada di Road Harbour (che fantasia!) e costruita a ridosso di ben tre marine, la città presenta la sua doppia anima: vicino alle casette colorate in legno in perfetto stile caraibico, sempre piene di turisti, delle quali potete leggere ampie descrizioni sulle guide, sono sorte vere e proprie cattedrali di cemento, il palazzo del Governo, un numero indescrivibile di banche e le sedi dei vari trust, dimenticavo di dirvi che queste isole sono uno dei paradisi fiscali più gettonati al mondo. Così capita di sbarcare dal gommone sul molo di legno di una bella marina e appena superato l'angolo ci si ritrova a Zingonia (vedi Wikipedia). Comunque anche in questa atmosfera di funzionalismo economico gli abitanti del luogo non mancano di mettere la loro firma puramente caraibica, nei parcheggi di tutta la città, all'ombra dei giganteschi Pickup americani, le galline se ne vanno a zonzo tranquille.
A dire la verità qui è pieno di galline, sono dappertutto!

giovedì 18 marzo 2010

Catamarano Homaok.

17/03/2010

Tortola, BVI

Intermezzo.
Road Town, capitale di Tortola e dell'arcipelago delle BVI, è meta giornaliera di un certo numero di navi da crociera. Ogni giorno alla banchina che si prolunga nel centro della baia, se ne alternano di tutte le dimensioni e di tutte le nazioni.
Oggi, proprio davanti a me è ormeggiata la Costa Atlantica.
Il tempo scorre indietro ad un passato remoto ed ad un'altra vita.
Dieci anni, tanti ne sono passati, quando con la mia ventennale Mercedes mi sono recato, a Venezia con mia mamma per imbarcarci proprio su questa splendida nave.
Quanta emozione. Quell'anno mia mamma, che era una farmacista da una vita, aveva deciso di andare in pensione, il futuro che io e lei avevamo davanti era ignoto e pieno di variabili, sapevamo che forse un'altra occasione di fare una vacanza simile non si sarebbe presentata, quindi avevamo deciso che sarebbe stata perfetta.
Arrivo ore 10:00 al piazzale di imbarco, consegnato il bagaglio siamo liberi fino alle 14:00; un traghetto ci porta in piazza San Marco: Sole, mare e palazzi incredibili... Quanto amo questa città!
Pranziamo al Caffè Florian, proprio sulla piazza, la basilica e la torre del campanile davanti ai nostri occhi abbagliati dalla luce fortissima. È l'ultima settimana di settembre, il cielo terso e la l'aria limpida ci dicono che l'autunno è alle porte, ma la temperatura è perfetta.
Direi che la vacanza comincia col passo giusto.
Alle 14:00 si sale a bordo.
Appena entrati ci si trova nella grande Hall circolare, un salone alto come tutta la nave, circa cinque piani, dotato di ascensori panoramici, un bar con pianista nel suo centro e in cima un altro bar con terrazza panoramica su tutta la circonferenza, il tutto sormontato da una cupola di vetro dalla quale il sole riesce a penetrare, lo stile è assolutamente rococò e pomposo, qui il lusso non è un'idea, ma un urlo che assorda.
Espletate le formalità si raggiunge la camera, i bagagli sono già qui, i barocchismi per fortuna cedono il posto ad uno stile sobrio e funzionale, pochi minuti per sistemarsi poi si fa il giro della nave.
Due teatri, tre ristoranti, dei quali il principale, per la cena, di tre piani, bar sparsi un po' ovunque, tre piscine, sale giochi per gli adolescenti e una sala da gioco per gli adulti, negozi ed infine, ciliegina sulla torta, una replica esatta del Caffè Florian, proprio lo stesso in cui abbiamo pranzato la mattina.
Hanno pensato proprio a tutto!
Non voglio tediarvi con il resoconto particolareggiato di ogni giorno trascorso a bordo: la crociera prevedeva una visita di Bari, delle rovine di Olimpia, in Grecia, Di Efeso, in Turchia, di Istanbul, per finire con Atene e poi di nuovo a Venezia, tutto in una settimana.
Organizzazione impeccabile, tutto perfetto.
Uno dei momenti più incredibili è stato il passaggio della nave in uscita dalla laguna di Venezia proprio davanti alla Piazza San Marco e al palazzo Ducale, la città vista dal ponte di coperta più alto, a velocità ridotta, il punto di vista dei gabbiani, a volo di uccello, imperdibile.
Poi le rovine di Efeso, la storia racchiusa nei resti di una città.
Infine Istanbul, con i suoi minareti e le chiese, il Bosforo, il cielo blu solcato da piccole e veloci nubi candide, una città e il suo ponte che unisce due mondi, due culture. Mi sono innamorato.
Ricordo i bei momenti passati con la mia anziana compagna, le gite organizzate, rese interessanti da guide preparate e pazienti, i pranzi, ogni volta in un punto diverso della nave o a terra, i pomeriggi sul bordo della piscina, con il cocktail in mano, i momenti di riposo sulla terrazza della camera, gli occhi puntati sulle isole turche che scorrono lentamente.
Se già sette anni dalla scomparsa di mio padre, passati a lavorare insieme, spalla contro spalla ci avevano unito, ora con questa vacanza l'affetto che proviamo l'uno per l'altra ha raggiunto un livello più alto, di complicità, di piena comprensione, non solo madre e figlio, ma amicizia, quella vera, quella pura.
Ora qui sulla coperta di Homaok, quanta acqua è passata scorrendo veloce nel fiume della mia vita. Mia mamma è a casa, il mese scorso ha compiuto 83 anni, da allora non abbiamo più avuto modo di vivere una vacanza insieme così unica. Ogni settimana ci sentiamo al telefono e i racconti delle avventure che stiamo vivendo rallegrano il suo cuore.
Questa nave davanti a me mi ricorda che ho un impegno, un debito nei confronti della donna che mi ha regalato la vita, che ha aperto per me le porte di un mondo vasto e ricchissimo, una promessa che ho fatto e devo assolutamente mantenere, perché tutto possa ripetersi e anche se solo per pochi giorni il tempo possa tornare indietro ancora una volta, per me, per lei.
Una nuova crociera, un viaggio insieme che vale una vita, l'ultimo.

mercoledì 17 marzo 2010

Catamarano Homaok.

15/03/2010

The Baths, BVI

Cinque Miglia di mare separano Trellis Bay, Beef Island, da The Baths, Virgin Gorda.
Lunedì, il vento durante la notte è sparito. Appena alzato il paesaggio narra di barche immobili adagiate su uno specchio di acqua. Guardando dalla coperta sembra di trovarsi al di sopra di una vasca nell'acquario di Genova. I pesci nuotano sotto di noi, sono tanti e di molte varietà diverse, i fili delle alghe si distinguono chiaramente e adagiate sul fondo sabbioso alcune stelle marine rosse scivolano lentissime intente a rovistare nella sabbia per procurarsi la colazione. Il cielo è completamente sgombro di nuvole, si preannuncia una giornata bella e calda, l'ideale per visitare uno dei luoghi più caratteristici dell'arcipelago.
Con i motori a 1700 giri Homaok se ne va tranquillo a 5,5 nodi, nessuna fretta, in meno di un'ora saremo arrivati, sono le sette e mezzo e il Drake Channel è già un brulichio di barche, oggi niente vele, si caricano le batterie e si fa andare il frigo.
Quando arriviamo, le boe, davanti alla spiaggia e alle formazioni rocciose, sono già tutte prese, ma non importa, gettiamo l'ancora in dodici metri di acqua, una cinquantina di metri basteranno, non è un ormeggio per la notte e il vento ancora non si vede.
The Baths, i bagni. Se avete visitato le Seychelles o siete stati in vacanza all'isola di cavallo, potrete certamente farvi un'idea del luogo. Tre piccole spiagge dalla sabbia fine e bianchissima, separate le une dalle altre da giganteschi massi di granito, appoggiati uno sull'altro, che creano grotte e camminamenti all'interno dei quali l'acqua di mare cristallina penetra creando un paesaggio veramente suggestivo. I massi sono sparsi un po' dappertutto, anche davanti alla spiaggia e creano delle piscine naturali dal fondo sabbioso nelle quali non fare un tuffo è un vero e proprio sacrilegio. I colori, oggi tutto il blu del cielo si specchia in queste acque, creando giochi di luce che vanno dall'acqua marina allo zaffiro più intenso, passando per tutte le tonalità dei topazi azzurri che la natura è riuscita a creare.
Abbiamo atteso parecchi giorni prima di venire a visitare questo tempio del mare, proprio nella speranza di trovare quello giusto e la pazienza è stata ampiamente ripagata, purtroppo, a guastare lo straordinario effetto, la ressa di turisti, veramente troppi.
Anch'io, come molti altri, lavoro con i turisti, quindi al contrario di molti skipper che prediligono mete più lontane e solitarie, non trovo nulla di male in tutto questo, ma oggi, al folto gruppo arrivato con la propria barca, si è aggiunto un numero incredibile di persone portate dalle gite organizzate delle navi da crociera, centinaia e centinaia. Camminare tra le pietre nelle strette caverne è diventato caotico.
Il prezzo che si deve pagare per visitare un luogo unico al mondo.
A terra l'ormeggio ai dinghy è vietato, ci sono delle boe per loro, è molto divertente vedere, allora, i barconi carichi di gente fermarsi ad una cinquantina di metri dalla spiaggia e i turisti, di tutte le età e taglie, prima caricati su gommoni e poi buttati in acqua a pochi metri dal bagnasciuga, coi loro bei giubbotti galleggianti rossi. Scene da sbarco in Normandia.
Diego ha la sua fedele macchina fotografica, per evitare di fare gli ultimi metri a nuoto noi sbarchiamo in Kayak, a bordo di Homaok ce ne sono tre, due singoli e uno doppio, due rosso Ferrari e uno giallo Lamborghini. Due colpi di pagaia e siamo a terra perfettamente asciutti; subito appena arrivati un turista inglese, dalla pelle rosso fuoco bruciata dal sole che picchia rovente, ci chiede dove lo abbiamo noleggiato, succede ogni volta.
Il percorso tra le rocce è mozzafiato, bisogna però prestare molta attenzione alla testa e a dove si mettono i piedi, in certi punti è molto stretto e basso, la sabbia copre tutto e rende il fondo scivoloso. In Europa siamo abituati a considerare l'incolumità dei visitatori molto importante, ma qui tutto è lasciato nelle mani di Dio, non ho idea di quanti piccoli incidenti avvengano in un anno, ma solo davanti ai miei occhi ho visto volare per terra parecchia gente, niente di male, qualche livido, trofeo da mostrare agli amici al ritorno a casa.
Se avrete tempo di dare un'occhiata alle foto pubblicate sul sito potrete meglio capire cosa intendo per meraviglioso, quando devo dare un aggettivo a questo luogo.
La mattina vola e alle due del pomeriggio salpiamo l'ancora. Il vento alla fine non è arrivato, ma il tempo è scaduto e bisogna tornare a Tortola. Per allungare un po' il ritorno decidiamo di costeggiare le isole di Sud Est dell'arcipelago, quindi passiamo accanto a Ginger Island, piccola e disabitata; a Cooper Island, con il suo villaggio turistico piuttosto esclusivo e il campo boe è una delle rade più apprezzate e frequentate; a Salt Island, piccola isola con in centro una salina abbandonata, in uso già nel 600', forniva il sale alle navi che dovevano affrontare la traversata di ritorno per l'Europa, ora, con la sua minuscola rada davanti alla spiaggia dominata da un vecchio pontile cadente è a mio parere una delle più suggestive. La notte tutti se ne vanno e rimanere unica barca alla fonda, riporta le lancette dell'orologio indietro, perfetta per una notte romantica al chiaro di luna.
Infine la rada di Road Harbour a Tortola ci accoglie, con le sue strutture moderne non si può dire che sia bella, ma ormai mi è familiare ed è un po' come tornare a casa.
Alla prossima.

martedì 16 marzo 2010

Catamarano Homaok.

14/03/2010

Beef Island, BVI

Ormai da parecchie settimane il mio orologio biologico mi da la sveglia alle 7:00. Il sole è basso all'orizzonte, ma il caldo comincia già a farsi sentire. Intorno a me la vita sulle altre barche è in pieno fermento. C'è chi si guarda in giro in pigiama, chi, seduto in pozzetto, si dedica alla colazione; qualcuno fa il bagno. I più mattinieri sono alle prese con l'ancora e se guardo verso Virgin Gorda vedo delle vele in avvicinamento. Il vento soffia da Sud Ovest, circa 15 nodi. Tempo ottimo.
È domenica. Anegada di solito è la tappa intermedia del giro delle BVI, la maggior parte delle barche vi arriva tra il giovedì e il venerdì, sono le crociere di una settimana, oggi sono in rada i viaggiatori con più tempo. Molti di loro hanno quindici giorni, altri tutto l'inverno. Numerosi sono anche i navigatori che arrivano dall'Europa, per loro il tempo non conta.
Uno sguardo verso l'isola: anche a terra la gente si alza presto, sulla spiaggia c'è una coppia di turisti a passeggio, sul molo del Reef Hotel un uomo sta pulendo il pesce. Avevo già fatto caso, ieri quando siamo scesi a terra, che sul molo c'era una piattaforma con un banco di legno, col caldo del pomeriggio l'odore che proveniva dalle assi macchiate era notevole. Ora osservo quell'uomo, che con la calma propria degli isolani estrae i pesci da un secchio, li prepara per il pranzo. Intorno a lui volano dei piccoli uccelli dalle piume bianche e nere, aspettano le viscere che lui butta in mare man mano che il lavoro procede. Poi con due secchiate di acqua salata tutto è perfettamente lavato.
Il silenzio è assordante.
Fatta colazione, decidiamo di lasciare l'ormeggio, prossima tappa Beef Island.
Appena fuori dalla passe, tutta la randa è issata. Fuori il Solent, si va di bolina stretta, tanto per cambiare. Protetti dal basso reef che si prolunga fin quasi a Virgin Gorda, l'onda è bassa, Homaok procede spedito tra i 7 e gli 8 nodi. Siamo gli ultimi a lasciare l'isola, forse per quest'anno non torneremo.
Beef Island si può considerare una sorta di prolungamento a Est di Tortola, alla quale è collegata da un ponte, vi si trova l'aeroporto Internazionale. Nella sua costa Nord sono presenti due belle spiagge e una rada, Trellis Bay, molto ridossata. Di fronte infatti c'è un gruppo di piccole isole, Guana Island, Great Camanoe, Little Camanoe e Scrub Island, che chiudono lo specchio di acqua a ogni vento. In teoria si può buttare l'ancora ovunque, stando solo attenti alla zona delimitata da boe di fronte alla pista di atterraggio, un aereo potrebbe portarvi via l'antenna del VHF. Comunque la maggior parte degli Yacht a vela preferisce l'ormeggio alla boa nella piccola Trellis, tra la spiaggia ed un piccolo isolotto scoglio sul quale sorge un ristorante. A terra trovano posto delle strutture di legno con un negozio di artigianato locale, molto ricco, un piccolo bar con palco all'esterno dal quale si fa musica dal vivo praticamente tutte le sere, un minimarket e, spostato più a est, un ristorante sulla spiaggia, molto intimo.
La caratteristica più interessante di questo piccolo angolo suggestivo è che dal molo di attracco dei gommoni e l'entrata dell'aeroporto ci sono 200 metri di strada. È divertente quindi osservare i turisti che arrivano a piedi col trolley al traino, presentarsi al molo di legno, saltare sul gommone che li attende e partire, il colore della loro pelle, l'espressione stanca e stressata del viso in netto contrasto con chi fa il percorso inverso, ma l'umore certamente migliore. Un bel modo per cominciare l'avventura.
Se la fortuna vi da una mano potreste capitare in questa baia con la luna piena, allora potrete assistere al Full Moon Party, quando sulla spiaggia alcune sculture metalliche vengono incendiate, tutto l'ambiente si illumina delle luci dei fuochi e la festa in puro stile figli dei fiori anni settanta prende il via. Tutto molto chip, non dimenticate le infradito.
Durante il pomeriggio assolato e senza vento io e Diego facciamo una passeggiata sulla spiaggia che circonda la rada, la piccola striscia di sabbia è molto stretta, alle sue spalle una boscaglia incolta, con sparse qua e là alcune palme, a creare piccoli angoli di ombra. Diego con la macchina fotografica in pugno, sempre pronto a cogliere qualche bella immagine, io con le mani intasca, mica si deve sempre lavorare! L'acqua della rada è assolutamente immota e limpidissima, il mio sguardo cade su una piccola cassetta di legno abbandonata tra i pezzi di corallo e i resti delle numerose conchiglie, mi vengono in mente i brutti tiri di Unabomber sulla costa adriatica, vuoi vedere che anche questa è pronta a esplodere? Ma la curiosità è troppa. Tolgo il fermo e sollevo il coperchio col piede, tenendomi il più lontano possibile, mica scemo! La scatola però si ribalta e tintinnando ne escono numerosi oggetti di metallo, sono punte, un kit di punte di trapano per il legno. Tutte in ottimo stato, senza un filo di ruggine, ora sono mie. Il mare restituisce ciò che ha preso, chissà quando? Chissà a chi?
Al nostro ritorno le cinque sono arrivate e come al solito il ristorante bar si riempie per l'Happy Hour, i gommoni ormeggiati sono tanti e altri ne stanno arrivando, la voglia di tornare al catamarano sfuma, si fa strada lo spirito di gruppo. La gente è simpatica e, come sempre quando è in vacanza, ha voglia di fraternizzare, ci sediamo al tavolo con un gruppo di canadesi, della costa Ovest, venuto a svernare, e in anglo-franco-italo-milanese ci facciamo due chiacchiere. Conoscere le lingue è importante!
La sera arriva, la musica comincia ed è ancora magia.

lunedì 15 marzo 2010

Catamarano Homaok.

13/03/2010

Anegada, BVI

Immaginate una lunga isola, 17 Km, alta nel suo punto massimo 8 m. immaginate una barriera corallina lunghissima, che si estende per miglia, mantenendosi invisibile, appena sotto la superficie del mare, una trappola che nei secoli ha fatto 300 relitti, 300 naufragi, 300 storie di uomini finite tra i flutti. Immaginate questa striscia di sabbia, abitata da 350 persone, bianchi, neri e ispanici, poche case, un albergo e quattro ristoranti, tre pontili e un piccolo aeroporto.
Questa è Anegada.
Gli spagnoli l'hanno chiamata la sommersa, poi hanno scoperto quanto i suoi Reef fossero pericolosi e anche noi nell'entrare nella sua unica e stretta passe, seguendo il percorso segnato da poche boe, in mezzo a banchi di sabbia e coralli, abbiamo provato una stretta al cuore, soprattutto quando l'ecoscandaglio ha cominciato a segnare profondità di un metro per poi scendere ancora, ottanta centimetri, ma Homaok pesca 1,20 m, non sarà pericoloso? Per fortuna l'eco è settato su -1 m, significa che quando segna 0,80 m, la profondità reale è 1,80 m. Comunque con l'acqua così trasparente, 60 cm sotto la chiglia sembrano davvero pochi, il margine è basso, gli errori fatali.
Una volta dentro la laguna un campo boe aiuta i naviganti a trovare un ancoraggio sicuro per la notte.
Questo è l'unico atollo corallino di questa parte dei Caraibi, una volta terminate tutte le manovre e messo il catamarano in sicurezza possiamo alzare lo sguardo e davanti a noi lo spettacolo è davvero particolare. Uno specchio d'acqua piatto, senza confini tangibili, in lontananza, a circa dodici miglia si scorge la sagoma di Virgin Gorda in tutta la sua altezza, chiazze scure in mezzo all'azzurro segnalano i banchi si corallo e le secche, a est, appena sopra l'acqua, una striscia di sabbia con pochi alberi aghiformi e le strutture di legno del pontile dell'Anegada Reef Hotel, vero centro, oltre al piccolo paese di quattro case, dell'isola. Qui arrivano tutte le barche e da qui partono i taxi per le spiagge e i ristoranti che si trovano dall'altra parte.
Scendiamo a terra, appena attraccato il gommone al pontile una bella sorpresa, una gabbia galleggia al nostro fianco piena di aragoste giganti, forse per cena...
Non venite ad Anegada per cercare grossi centri e villaggi super attrezzati, qui la natura è padrona di ogni cosa, i servizi sono ridotti al minimo.
Venite ad Anegada per vedere il Reef, per immergervi tra i relitti, per osservare gli aironi che sonnecchiano nella laguna salata che occupa il centro dell'isola, le spiagge vuote dalle acque placide; venite per godere della tranquilla accoglienza dei suoi abitanti, per sedervi su una roccia con accanto una grande Iguana che scalda il suo sangue al sole; venite per il cielo, blu di giorno, gremito di tutte le stelle del firmamento di notte.
Io e Diego decidiamo di fare il giro dell'isola in bicicletta. “È piatta”, penso io, “che fatica vuoi che sia”. Noleggiate le bici, mezza giornata, mezza tariffa, saltiamo in sella e via, pedalare.
Al primo incrocio giriamo a sinistra, direzione la punta Ovest. Percorsi pochi chilometri l'asfalto cede il posto alla sabbia. Pedalare sulla sabbia? Ma si, avanti. Sono le due del pomeriggio, niente pranzo, niente acqua, la strada è piatta, ma le ruote non scorrono, inoltre il cambio di entrambe le bici è bloccato sulla marcia alta. Che fatica! Ma ad un certo punto, arriviamo sulla punta, la strada finisce, davanti a noi quattro casette costruite sulla sabbia, due abitate, due letteralmente affondate in mare. La spiaggia si è ritirata e le onde sono arrivate alle fondamenta. Di queste una è sul punto di crollare, ma l'altra, pur avendo raggiunto un'inclinazione di almeno 30 gradi, ha sulla veranda sedie e tavolo da giardino, guardando bene sembra ancora in uso. Dimenticavo... Siamo ai Caraibi.
Il ritorno è una battaglia, le ruote affondano nella sabbia, inoltre il traffico di taxi è aumentato e gli autisti sorridenti ci fanno ciao divertiti. Chi si immaginava che la strada a parte pochi chilometri non fosse asfaltata. Comunque mi è piaciuto moltissimo. La laguna salata interna è insolita, il colore del terreno bruno rossastro, sembra bruciato dal sole, la fauna incredibile.
Credo di aver colto lo spirito dell'isola.
La sera tutti gli equipaggi delle barche sono al Reef Hotel, si cena ad aragosta grigliata in vecchi barili di lamiera arrugginiti e trasformati in barbecue, un calice di vino, buona musica e la magia è fatta...

giovedì 11 marzo 2010

Catamarano Homaok.

11/03/2010

Virgin Gorda, BVI

Virgin Gorda, sembra che il nome sia stato scelto da Colombo in base alla forma dell'isola, allungata, con un deciso rigonfiamento centrale, la Vergine Ingorda. Così dicono le guide e sapendo quale grado di meschinità potevano raggiungere gli uomini intorno al 1492, spero che il motivo sia solo questo. Comunque a dispetto del nome, l'isola è molto bella. 30 Kmq di superficie letteralmente ricoperta di vegetazione, popolazione circa 1100 abitanti, capitale Spanish Town, due vie con qualche casa, un paio di edifici governativi e le immancabili chiese, su queste isole si professano varie fedi, tutte Cristiane.
Oggi siamo alla boa a Gorda Sound, la rada più grande e probabilmente la più bella delle isole vergini. Si tratta di una sorta di mare chiuso da un anello formato dal corpo dell'isola principale e da tante piccole isole tutte intorno. Gli spazi lasciati liberi dalla terra sono chiusi dalla barriera corallina, che lascia aperte solo delle piccole passe. Niente navi da crociera in questo specchio di mare.
Davanti alla prua di Homaok un isolotto poco più grande di uno scoglio, ospita un piccolo albergo ristorante, ci si arriva solo con i gommoni o un piccolo traghetto della proprietà. Sull'isola maggiore invece c'è il Bitter End Club, storico club nautico delle isole, tutto in legno, sembra di tornare indietro di qualche secolo; tutto intorno c'è una spiaggia e dietro a questa un piccolo Resort, niente di spaventoso, tutti i cottage, la reception, la piccola piscina e le strutture sono in legno, perfettamente camuffati tra le palme, dal mare si vede solo la passeggiata e i moli sempre di legno per l'approdo di pochi Yacht. Non riesco a descrivere brevemente tutto quello che i miei occhi vedono, tra qualche giorno saranno in linea le fotografie di Diego e allora potrete vedere anche voi la bellezza di questo luogo, i colori incredibili della barriera corallina e della laguna racchiusa da questa.
Passeggiando tra le casette di legno abbiamo incontrato un cartello con la scritta Boy Trail, una freccia disegnata a mano indica un piccolo sentiero che si inerpica per la boscaglia, io e Diego decidiamo di vedere dove conduce. Si tratta di un percorso studiato da quelli del villaggio per i turisti, una salita piuttosto ripida che in una mezzora circa porta in cima alla collina che domina la baia. Il caldo si sente, soprattutto nei punti scoperti dalla boscaglia, ma la fatica viene di gran lunga premiata, la vista è veramente mozzafiato. Sotto di noi possiamo ammirare la laguna protetta dalla barriera, le piccole isole di questo mini arcipelago, tutte con nascoste tra gli alberi le strutture per accogliere i turisti, le spiaggette dalla sabbia bianchissima. Lontano all'orizzonte, verso Est, si intravede Anegada, la più lontana delle isole Vergini Britanniche, circa 12 miglia, la nostra prossima meta. E il mare, tutto un brulichio di vele, lanciate a tutta forza, spinte dal vento gagliardo che soffia sempre per il nostro divertimento.
Un paesaggio unico.
Al nostro ritorno al villaggio, stanchi e sudati, sono giusto le 17:00, orario di Happy Hour, chi mi segue da un po' sa già cosa vuol dire.
Alla salute, ma con moderazione.

mercoledì 10 marzo 2010

Catamarano Homaok.

10/03/2010

Virgin Gorda, BVI

Finalmente il sole riesce a trovare un piccolo spazio tra le nubi scure e dense per illuminare e scaldare la giornata. Sono stati quattro giorni di pioggia e vento, la temperatura è scesa parecchio, sotto i venti gradi. Dimenticavo, siamo in inverno. I primi tre giorni di diluvio li abbiamo passati in rada a Road Harbour, troppa acqua per pensare di scendere.
Ieri il tempo è cominciato a migliorare, quindi salpata l'ancora, tutte le vele a riva, siamo venuti a Virgin Gorda. Vento da Nord Est circa 15 nodi, bolina abbastanza stretta, Homaok, che da quando abbiamo fatto carena sembra un'altra barca, se l'è cavata benissimo, 8, 9 nodi costanti, ci siamo presi una piccola rivincita sui mono scafi. Per tutti quelli che sostengono che i catamarani non virano di bolina, direi di farsi un giro su questo, in un anno, da quando è in mano nostra, non ha mai mancato una virata. Poi il Solent auto virante è troppo comodo, sembra di guidare un'auto col servosterzo: fa tutto da solo.
Alle undici del mattino abbiamo gettato l'ancora davanti al marina di Spanish Town, a Virgin Gorda, a meno di un miglio dalla mitica spiaggia di The Baths. Il marina, protetto da un reef piuttosto insidioso, è piccolo, ma ben tenuto, pochi posti barca che dopo le quattro del pomeriggio sono tutti presi dalle barche in transito, un mini market, un paio di bar e un ristorante completano l'insieme. Una buona notizia è che da quando sono venuto alle BVI, non avevo mai trovato in un market un tale assortimento di pasta Barilla, anche se è quella prodotta negli Stati Uniti, secondo me leggermente diversa, più ruvida, ma forse è meglio per il sugo. Una notizia brutta è che qui la birra costa il doppio! Scusatemi, ma è seccante.
La rada non è un granché, onda lunga e fondo non buon tenitore, l'ancora ha faticato molto a prendere e col vento che di notte è aumentato, ogni tanto sono saltato fuori dalla cuccetta a vedere se tutto andava bene, comunque alla fine ha tenuto. Homaok ha un'ancora CQR di 27 Kg, i primi 4 metri di catena, che coprono lo spazio per arrivare al salpa ancore che si trova in un gavone alla base dell'albero, sono di 16 mm, molto grossa e pesante; poi ci sono 100 m di catena di 12 mm. I numeri dicono che tutto è perfetto, ma io non sono soddisfattissimo, il catamarano tira molto, tant'è che i manuali consigliano di buttare sempre sette volte il fondo, anche così comunque è capitato che arasse, forse devo procurare un'ancora più pesante, magari il modello Rocna 33, qui è molto usato e ho parlato con altri marinai, sono tutti molto soddisfatti.
Per quanto riguarda la spiaggia con le incredibili rocce che ne fanno un gioiello dei Caraibi, il tempo è troppo brutto, decidiamo di non andarci per questo giro, tra qualche giorno quando saremo di ritorno ci fermeremo e allora ne parlerò.
Questa mattina via di nuovo, randa con prima mano di terzaroli, Solent, vento da Est 20 nodi, ancora bolina strettissima e ancora una navigazione spettacolare, senza onda, come questo arcipelago ci ha abituati, c'è sempre un'isola, degli scogli o un reef a proteggere ed aiutare alla navigazione, attenzione però, di notte qui non ci sono molti segnali, meglio starsene in branda.
A mezzogiorno siamo alla boa a Gorda Sound. La rada più importante dell'arcipelago e anche la più bella, ma ne parleremo domani, dopo un'esplorazione più approfondita.
Davanti a noi, proprio in mezzo alla rada, un'isola poco più grande di uno scoglio, circondata da un pontile per i tender, con un bellissimo ristorante: si va a cena.

lunedì 8 marzo 2010

Catamarano Homaok.

08/03/2010

Tortola, BVI

Tre giorni di pioggia continua e vento da nord con raffiche di trenta nodi. Anche i paradisi caraibici certe volte sanno farsi odiare. Con questo tempo non viene voglia di andare a terra col gommone, per farmi la doccia preferisco l'acqua calda del bagno, non rimane che starsene rintanati in quadrato mentre il catamarano va a destra e sinistra tirando sull'ancora come un matto. Per fortuna siamo a Road Harbour, la grande rada è ben protetta e il fondo buon tenitore.
Con tutto questo tempo a disposizione, fatta qualche piccola manutenzione, che non manca mai, mi ritrovo seduto sul divano col computer davanti, una buona occasione per parlare di Homaok.
Nel 2002 Stéphane Peyron, fratello minore di Loïck, afterguard di Alinghi nell'ultima Coppa America, e di Bruno, detentore della coppa Jule Verne, ottenne da una grossa rete televisiva francese un contratto per filmare il suo giro del mondo in barca. Lo scopo principale era quello di fare una serie di documentari sui popoli primitivi che già aveva visitato nei suoi viaggi precedenti; viaggi per i quali aveva raggiunto la notorietà.
Incassato un cospicuo assegno come caparra, si mise alla ricerca della barca giusta e dopo averne visitate alcune si convinse di averla trovata in un catamarano Lagoon 55 del 1990, appartenuto ad una famiglia francese, con poche miglia alle spalle. Subito iniziò un intenso e profondo lavoro di ristrutturazione: sartie, motori, sail drive, comandi motore, roll-bar posteriore per reggere il gommone e le antenne per la trasmissione satellitare, capottino sopra il pozzetto, riverniciatura di tutto il catamarano, sistemazione degli interni, fece persino riverniciare di rosso le vele, disegnandoci sopra il suo logo personale, un uomo che regge il mondo. Insomma, rifece la barca da capo a piedi, da prua a poppa, senza dimenticare niente. Ciliegina sulla torta fece montare in testa all'albero una coffa di acciaio, per poter filmare dall'alto l'entrata nelle passe.
Tutto questo lavoro riportò il catamarano a nuova vita, quindi ci voleva un nome nuovo; nacque così “Homaok”.
Il destino a volte gioca brutti scherzi, fu così che un riassetto societario del gruppo televisivo portò all'annullamento del contratto. Il viaggio non si faceva più.
Il catamarano fu destinato al Charter, cambiò proprietario e nel 2009 venne affidato a me e a Diego. Il giro del mondo per il quale è stato attentamente preparato è riprogrammato. Si parte nel 2011.
Grazie Stéphane.

giovedì 4 marzo 2010

Catamarano Homaok.

04/03/2010

Tortola, BVI

Aria di casa.
Sono seduto al tavolo del Village Cay Bar, a Road Town, Tortola. In questi due mesi che abbiamo passato alle BVI, mi sono abituato a questo posto, ai suoi due baristi, sempre col ciupito in mano; questo è il ritrovo degli equipaggi quando le barche sono in porto, quando i clienti sono tornati a casa, in attesa di un nuovo giro, di un'altra settimana di lavoro.
Siamo arrivati poche ore fa da Charlotte-Amalie, USVI, abbiamo detto addio a quella città che ci ha accolti per quasi un mese, non torneremo più per questa stagione. Le prossime settimane sono dedicate alle Vergini Britanniche, poi siamo attesi a Saint Martin. Ad aprile c'è l'Antigua Classic Regatta, e in un attimo saremo a maggio, la traversata di ritorno.
Oggi la tappa di spostamento è stata fantastica, fatta la dogana, verso le undici abbiamo tirato su l'ancora e fatto ciao con la manina agli americani, siamo partiti. In men che non si dica la randa era su tutta e il fiocco aperto. Vento da Sud Est, circa 13/15 nodi reali. Il primo pezzo di bolina a 40 gradi, poi tra le isole al traverso, fino allo stretto tra St. John e Tortola, di bolina strettissima. Per tutto il tempo Homaok non è mai sceso sotto i 7 nodi, con punte durante il traverso di 11, quando dico che queste isole sono il paradiso dei velisti non esagero, peccato che in Italia siano così poco conosciute, gli americani sanno e hanno capito tutto. Perché dico questo? Perché all'interno dell'arcipelago il mare è sempre piatto e gli alisei non esagerano mai, le spiagge sono tutte a vista una dall'altra, la sabbia bianchissima e l'acqua cristallina. In più ognuna di esse ha il suo baretto o ristorantino per concludere in gloria le giornate: dove star meglio?
L'unico momento pericoloso è stato quando siamo passati tra St. Thomas e St. John: lo stretto presenta una piccola isola nel suo mezzo che crea due canali di appena 50 metri di larghezza e profondi poco meno di tre. La corrente è fissa da nord ed è notevole, crea un effetto molto affascinante, sembra di passare con la barca nel letto di un fiume, con il vento che di colpo è cessato, proprio quando Homaok era nel mezzo. La velocità è cominciata a scendere, gli scogli sempre più vicini, mentre il catamarano avanza spinto solo dalla sua inerzia, 7, 6, 5, 4, 3 e ancora, 2,5 nodi, passati, siamo passati, dall'altra parte il vento comincia a rimontare, di nuovo al traverso, la velocità sale, lo stretto alle nostre spalle, la prossima volta accendo i motori.
Siamo arrivati a Tortola alle 14:30, giù l'ancora, calato il gommone siamo andati a far dogana, poi ci siamo riuniti agli altri equipaggi qui al Village Cay. La stagione si avvicina alla fine e l'argomento del giorno sembra essere la fiera del charter di maggio, ma a quel punto noi saremo già di ritorno per il mare nostrum.
Per “Casa”.

mercoledì 3 marzo 2010

Catamarano Homaok.

03/03/2010

St. Thomas, USVI.

Oggi sono in una condizione di spirito particolare. Allora “On”.
La musica entra nella mia testa attraverso le auricolari, gli occhi si chiudono. La tensione dei muscoli si allenta. Sono sdraiato sulla rete a prua di Homaok, il sole tramonta alla mia destra, davanti a me ho le grandi navi da crociera che ogni giorno arrivano in questo porto col loro carico di turisti. Vento da sud, basse onde molto corte riescono a infilarsi tra i due capi che chiudono la rada, creano risacca. Un tempo mi avrebbe dato fastidio, ma questa sera il beccheggio del catamarano mi culla. Su e giù, così dolcemente, su e giù, il mio corpo oscilla sulla rete e ancora, su e giù, il ritorno tra le braccia materne.
“O Paraiso” dei Madredeus, ormai conosco questo gruppo da molti anni, Teresa Salgueiro, la sua è sicuramente la voce di un angelo, si accorda al mio stato, si accorda al moto della barca.
Superati i primi strati della mia corteccia cerebrale il Fado comincia a penetrare in profondità. E allora il mondo si allontana, i miei sensi di ritraggono e la realtà sbiadisce. Immagini evocate dalla musica si fanno strada nel buio, ricordi di luoghi mai visti, ombre di persone sconosciute, qui tutto è possibile.
È il “Rifugio”. Un non luogo del quale solo io ho le chiavi; qui c'è tutto, il passato, il presente e il futuro, la verità e le bugie, l'amore e l'odio, il desiderio, la brama, il potere, il sesso. Qui ci sono io.
La musica scorre, ma non la sento più. Il tempo passa, ma non conta.
La sirena della nave da crociera in partenza rompe la magia col suo fragore assordante che rimbomba tra le colline della baia e ritorna con la sua eco mille volte.
Le palpebre si sollevano. Davanti ai miei occhi il cielo gremito di stelle dei Caraibi.
Quanto tempo è passato? Forse meno di un'ora.
La grande nave ha lasciato gli ormeggi, ora sta facendo manovra in mezzo alla rada, il rumore cupo e profondo dei motori riempie l'aria e le sue luci dai mille colori accendono la notte. Gli altoparlanti chiamano la truppa alla cena.
È tempo di andare.
“Off”.

martedì 2 marzo 2010

Catamarano Homaok.

02/03/2010

St. Thomas, USVI.

Abbiamo lasciato la Francia il 9 di novembre, quattro mesi fa.
In mezzo la traversata dell'Atlantico. È stato il coronamento di un sogno.
La mia passione per la vela è nata il 17 febbraio 1991.
Sembra strano che io possa dare una data certa e precisa, ma è così, il giorno prima, di mare e barche non sapevo niente, il giorno dopo leggevo e parlavo solo di quello. Com'è successo?
Bisogna andare indietro di molti anni, quando un ragazzino se ne stava seduto sulla diga foranea del porto di Trieste, guardava le navi e le vele passare li davanti. La vita era difficile, la guerra appena finita si era portata via suo padre e la mamma, sola e distrutta dal dolore, non riusciva a dargli quell'amore di cui aveva bisogno, allora si rifugiava nella lettura, divorava libri e romanzi uno dietro l'altro e sognava: sognava di partire, tagliare la corda; di orizzonti lontani, di vivere le avventure dei suoi personaggi preferiti. E in tutto questo quei velieri con tutte le vele al vento soddisfacevano quel suo bisogno di libertà.
Gli anni sono passati, il ragazzo è diventato uomo, è diventato padre, mio padre. Celato nel suo cuore, il desiderio di fuga si è trasformato nella passione per la vela, una passione tenuta a freno per moltissimi anni, ma che, finalmente, quel 17 febbraio è potuta emergere e con la sua forza ha travolto tutta la nostra famiglia: Sizy è entrata nella nostra vita: un vecchio Scia 50, un ketch, progetto di Carlo Sciarelli, un'ottima barca, la nostra barca.
È impossibile descrivere brevemente l'incredibile ricchezza di emozioni e sensazioni che l'arrivo di Sizy ha portato nei nostri cuori, una rivoluzione, una rinascita, la scoperta di un mondo nuovo, vasto e pieno di vita, di colori, di suoni... ma chi condivide con me questa passione sa già tutto.
Quasi il giorno stesso abbiamo cominciato a parlare di giro del mondo e del primo passo per portarlo a termine, l'Atlantico.
Mio padre e mancato nel 1996, pochi anni dopo, dunque. Questo viaggio che ho intrapreso con Homaok, lo dedico a lui, che con la sua forza, il coraggio e la caparbietà, con la sua generosità, è stato mio maestro e mio compagno ogni giorno della mia vita, fino a queste coste così lontane, e non c'è momento, che guardando questo orizzonte non pensi a quella diga foranea, a quel ragazzo dagli occhi sognatori che hanno saputo vedere oltre il possibile.
Grazie.

lunedì 1 marzo 2010

Catamarano Homaok.

01/02/2010

St. Thomas, USVI.

Nel nostro pellegrinaggio tra le isole spesso bisogna tornare nelle città più grandi: tante piccole incombenze come la cambusa, il carburante per il tender, piccoli acquisti nei negozi di accessori, ultima ma molto importante, la visita alla dogana. Già, perché ognuna di queste isole è praticamente uno stato a se`. Le USVI, Isole Vergini Americane, come dice il nome, sono una propaggine degli Stati Uniti. Le BVI, Isole Vergini Britanniche, facenti parte dello stesso arcipelago e distanti poche miglia, invece sono tecnicamente un territorio d'oltremare del Regno Unito, quindi per recarsi da una all'altra bisogna affrontare la dogana; a una settantina di miglia a Sud Est abbiamo, Anguilla, stato autonomo, Saint Martin/Sint Maarten, due nomi per una sola isola, metà francese e metà olandese; un po' più a Sud, Antigua, territorio d'oltremare del Regno Unito; etc, etc, etc, la lista è lunga. Oltre alla situazione nazionale e politica ogni isola cambia anche per la lingua, inglese, francese, spagnolo, olandese, danese, quasi tutte le lingue europee sono rappresentate. Per non parlare della moneta, Dollari, Euro, Dollari Caraibici e meno male che con l'Europa unita la situazione si è un po' semplificata. Il motivo di tutto questo disordine, ma anche folklore, è dovuto alla storia di queste isole, ognuna delle quali, dalla loro scoperta, ovvero riscoperta, da parte degli esploratori europei, ha cambiato padrone praticamente ogni secolo. Tutto questo ha contribuito a creare delle situazioni davvero incredibili, un esempio? Alle BVI, inglesi, la moneta è il Dollaro Americano (?); e ancora: molto divertente è vedere gli americani delle USVI guidare a sinistra, come gli inglesi, ma con tutte le macchine col volante dalla parte sbagliata, perché provenienti dagli Stati Uniti. Tra l'altro, ho cercato su Internet la storia dell'arcipelago e da nessuna parte risulta che mai gli inglesi abbiano posseduto queste isole, che prima degli americani erano danesi e i danesi non guidano a sinistra, ma allora perché? Forse dovrei andare a chiedere a qualche vigile, ma con l'aria marziale che hanno da queste parti, preferisco soprassedere.
Tutto questo discorso per dire che siamo di nuovo ad Charlotte-Amalie, domani si va al supermercato, qui ce n'è uno molto grande e a buon prezzo, poi si va in dogana a fare l'uscita, è ora di tornare alle BVI, dobbiamo ancora fare il giro delle spiagge più belle.