Catamarano Homaok.
26/03/2010
Tortola, BVI
La mattina del 24 dicembre 2009, la vigilia di Natale, Homaok getta la sua ancora per la prima volta nella rada di Road Harbour, a Tortola. Più di 4000 miglia percorse dal giorno della sua partenza da l'Ile Des Embiez, vicino a Tolone, in Francia.
Appena arrivati io e Diego ci siamo recati alla dogana per sbrigare le pratiche di immigrazione.
Come da portolano, gli uffici si trovano sulla banchina di approdo dei traghetti in una costruzione beige col tetto rosso, che si vede da tutta la rada, a non più di un centinaio di metri da dove siamo ormeggiati noi. Calato il gommone, documenti alla mano, siamo partiti.
Questa è praticamente una tappa obbligatoria per chi arriva alle BVI e dato il traffico di barche, il fatto che la dogana si trovi a due passi dalla rada, è proprio una bella cosa.
Avvicinandoci, però, ci siamo accorti che la banchina è di cemento armato, molto alta, la tipica banchina commerciale, con rari copertoni d'auto come paracolpi. Decidiamo di fare il giro, per vedere se dall'altra parte, c'è un piccolo molo per i tender. Niente.
Siamo indecisi: il gommone di Homaok è nuovo, ci è stato consegnato pochi giorni prima della traversata e questa è praticamente la sua prima uscita. Non abbiamo voglia di vederlo disfarsi contro il cemento o diventare nero sui copertoni, comunque per noi risolve la questione un addetto dei traghetti, che a gesti ci fa capire che non è possibile ormeggiare. Ottimo.
A questo punto decidiamo di ormeggiare al Penn's Marina, una piccolo pontile equipaggiato di acqua e corrente che si estende a Sud Ovest, appena dentro la rada, in un angolo ben protetto; qui è a disposizione un attracco in legno per i tender. La proprietaria è una signora americana trapiantata alle isole da vent'anni, molto gentile, che avremo modo di conoscere meglio.
Una volta a terra la dogana dista circa trecento metri, non di più. In cinque minuti ci arriviamo.
Camminando per strada ci capita di imbatterci in alcune persone con indosso il cappello rosso di Babbo Natale e dappertutto risuonano le canzoncine tipiche della festa, ci ricordiamo allora che oggi è la Vigilia, il sole fortissimo e la temperatura di trenta gradi ci avevano fatto dimenticare che siamo in inverno. Natale in pantaloncini e maglietta: così acquista un fascino del tutto particolare.
Finalmente arriviamo alla dogana. Una volta entrati un signore gentile ci spedisce al piano superiore, dove un impiegato in divisa ci consegna dei moduli da compilare, poi con aria affaccendata sparisce. Non tornerà mai più. Una volta compilati i moduli, ci mettiamo tranquilli ad aspettare, gli uffici del piano sono tutti vuoti, “la Festa”, pensiamo tranquilli, “il personale sarà ridotto”. Dopo quasi mezz'ora però cominciamo a chiederci dove sia finito. In giro non c'è nessuno.
Scendiamo al piano inferiore, dove un altro signore gentilissimo ci indica una porticina nascosta dietro alla scala, quasi invisibile dall'entrata. Siamo un po' scettici, sembra la porta dello sgabuzzino delle scope, ma andiamo. Una volta aperta scopriamo che da l'accesso ad una stanza piuttosto grande, con al centro quello che sembra un banco per il controllo dei documenti e in fondo, davanti a noi due metal detector, forse ci siamo.
Due ufficiali in divisa sono seduti sui rulli del controllo bagagli e chiacchierano tranquilli, si capisce che oggi non c'è molto lavoro. Ci avviciniamo.
Ci danno un'occhiata e ci indicano quasi senza interrompere il loro chiacchiericcio un ufficio dietro l'angolo. Sulla porta una targa con scritto ufficio immigrazione, finalmente.
La porta è aperta e io mi affaccio per primo. Rimango di sasso. Seduta alla scrivania un ragazza in divisa e piuttosto in carne, se mi scusate l'eufemismo, sta tranquillamente dormendo. Entra anche Diego e una volta capita la situazione mi guarda imbarazzato. Cosa facciamo? Ci arrischiamo a svegliarla? E se si arrabbia, magari ci crea problemi con i documenti?
Ma l'ufficiale apre gli occhi e come se niente fosse comincia a fissarci in silenzio. « Hi » , dico io, ma dal lampo di disappunto che colgo nel suo sguardo capisco di aver sbagliato il saluto.
Dovete sapere che io non parlo assolutamente inglese. A scuola ho studiato solo il Francese e nonostante le pecche del nostro sistema scolastico, me la cavo abbastanza bene, ma con l'inglese, zero al quadrato. Diego poi mi spiegherà che Hi è una formula conviviale, che si usa tra amici o ragazzi, che ad una ufficiale avrei dovuto dire Good Morning. Un buon inizio.
A questo punto prima che ci arrestino, mi faccio da parte e lascio che a parlare sia Diego. Lui l'inglese lo parla, più o meno.
Due parole e dal cassetto saltano fuori altri moduli. I passaporti cambiano di mano e la pratica senza nessuna parola da parte della donna, comincia ad avviarsi. Compilati i nuovi moduli, veniamo indirizzati a gesti dagli ufficiali del metal detector, quelli chiacchieroni. Questi ritirata parte della carta compilata ci mandano davanti ad uno sportello, dove, sempre a gesti e con il minimo indispensabile di parole, veniamo gentilmente invitati a pagare la tassa di soggiorno: 20$ per un mese, la barca e due persone, non caro.
Per concludere torniamo dalla dormigliona, che finalmente viste le ricevute del pagamento ci timbra i passaporti e ci lascia liberi.
In tutto ci abbiamo impiegato un'ora.
Devo dire che il governo delle BVI non è assolutamente severo in fatto di immigrazione: i moduli, alla fine, sono due e la tariffa è assolutamente onesta. Nessuna richiesta di visti o cose strane. Il mese successivo, capita l'antifona, faremo tutte le pratiche in meno di dieci minuti.
Rimane nel cuore la meraviglia per il comportamento di questi ufficiali, non maleducato, ma in qualche maniera irritante, forse, i burocrati di tutto il mondo si assomigliano un poco.
Hi.
No cioè, scusate, Good Evening.
(ma, perché non mettono un molo per i gommoni?)
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