sabato 10 maggio 2014

Los Roques

Una settimana è trascorsa da quando abbiamo lasciato l'arcipelago. Dopo quattro giorni di bolina, Homaok ha gettato l'ancora nella tranquilla rada di Marigot, Saint Martin. Le sue acque calme e trasparenti ci cullano dolcemente ed è tempo di ricordare.
Era il 16 di aprile, durante la notte, quando abbiamo avvistato la barriera corallina che protegge le isole dai venti e le correnti da est. Non amo gli atterraggi notturni, soprattutto sapendo che la cartografia di quelle zone è abbastanza imprecisa, ma una passe molto larga ed una luna piena fantastica che ci permetteva di distinguere perfettamente le schiume prodotte dalle onde sulla costa, ci hanno dato la fiducia necessaria.



Alla fine, abbiamo dato ancora di fronte alla spiaggia di El Gran Roque, l'isola principale, la più alta e l'unica che può vantare la definizione di abitata, essendo la riva contornata da un piccolo gruppo di case. Nella pallida luce notturna i contorni del paese non sono ben chiari, ma dal poco che si può intravvedere non sembra un gran che. 
Alla mattina le prime impressioni sono confermate. La spiaggia bianchissima e il mare dal colore cristallino non riescono a nascondere il rude e desertico paesaggio dell'entroterra dell'isola, dominata da un paio di alti colli ripidi, completamente privi di piante e dall'aspetto generale piuttosto triste. Tra questi e la spiaggia, una fila di casette affiancate le une alle altre, alcune in buono stato, altre decisamente dei ruderi. 
Per nostra fortuna le pratiche doganali possono essere svolte tutte qui sull'isola. Fino a poco tempo fa ciò non era possibile, avremmo dovuto recarci a Caracas, 70 miglia più a Sud, capitale del Venezuela. Non una cosa consigliabile di questi tempi. Il primo passo è recarsi alla gendarmeria, sulla spiaggia, proprio davanti a dove è ormeggiato Homaok. La presenza di una banchina di legno semi diroccata aiuta lo sbarco. Qui troviamo un giovane soldato molto simpatico e gentile che, sbrigata la sua parte di burocrazia, ci accompagna a piedi in paese per aiutarci a trovare gli altri uffici in cui dobbiamo recarci. Non parla Italiano e nemmeno inglese, inoltre il suo spagnolo, a causa della pronuncia venezuelana, mi risulta quasi incomprensibile, ma, che ci volete fare, a gesti ci si capisce sempre. Da lui veniamo a sapere che le tasse turistiche devono essere pagate nella moneta locale, i bolivar. L'amministrazione non può accettare dollari o euro, per ordini tassativi del governo. Nel dirci questo, passiamo davanti a due banche, il paese, infatti, pur avendo le strade di sabbia e forse in tutto un paio di pickup, si dimostra più grande di quanto  avessimo creduto: in alta stagione sfiora i 5000 abitanti. Camminando per quelle vie, che corrono parallele le une alle altre, in compagnia di Diego, così si chiama il soldato, ci rendiamo conto che il posto in realtà è ricco di un fascino del tutto particolare. Privo dei rumori tipici delle città moderne, la gente si muove a piedi, passandoti accanto ti saluta, il ritmo lento, il sole che picchia senza pietà già alla mattina presto, gli uccelli marini che a centinaia si lanciano in mare pescando nelle acque appena antistanti la spiaggia, con i loro urli, i loro richiami, le casette dei locali, bianche e trasandate, inframezzate alle "posadas", l'equivalente sud americano dei nostri affittacamere, alcune poco più grandi di una casetta di quattro stanze, altre veri e propri hotel in miniatura, ma tutte perfettamente tenute, linde, colorate, ognuna diversa dalle altre, ma tutte assolutamente silenziose. 
La nostra guida ci da rassicurazioni, il denaro non è un problema, lui conosce chi ce lo può cambiare, ma alla nostra richiesta di recarci in banca ci ferma. La banca non va bene, dobbiamo avere fiducia, lui ce li fa cambiare a 1 dollaro contro 55 bolivar, lo fa spesso. L'economia Venezuelana sta andando a pezzi, il mercato nero delle valute straniere è uno dei modi per mettersi al riparo da un'inflazione pazzesca che sta mettendo gli abitanti delle isole in ginocchio. 
Nel frattempo siamo arrivati al piccolo aeroporto, anch'esso proprio sulla spiaggia. Uno dei modi migliori per raggiungere le isole è proprio attraverso i molti piccoli aerei che fanno rotta tra Caracas e Le Gran Roque, ce ne sono di tutte le misure, dal piccolo monomotore ai più grandi e recenti turbo elica di una cinquantina di posti. Tutti vanno avanti e indietro trasportando le centinaia di turisti che arrivano ogni giorno con il loro carico di valige e soprattutto con tavole e vele per il Kite. Tutte le posadas si trovano a poche centinaia di metri dalla pista e una volta lasciati i bagagli, i turisti vengono caricati in massa sulle tipiche barche di legno, tipo scialuppe, ma molto lunghe e velocissime, grazie ai potenti fuoribordo, che, partendo dalla spiaggia, li porteranno sulle isole vicine, veri e propri atolli di sabbia e acque cristalline. Ecco il motivo per il quale a metà mattina e per tutto il pomeriggio, fino a circa le 17, le strade del paese sono vuote e tranquille.
Prima di giungere all'ufficio dell'immigrazione vero e proprio, facciamo una piccola sosta in un piccolo negozio di liquori, dove il proprietario, in cambio di una banconota da cento dollari, ci darà un mazzo alto dieci centimetri di bolivar, 5500, per la precisione. Difficile nasconderli nelle tasche. Così, salutato Diego, finalmente possiamo recarci al secondo ufficio per il disbrigo delle pratiche. Qui ci trattengono i passaporti. Terzo passaggio, uffici del parco naturale. L'arcipelago, infatti, è fin dagli anni 70' sotto la protezione dell'amministrazione parchi naturali del Venezuela. Il problema è che l'ufficio si trova dall'altra parte del paese, vicino alla gendarmeria. Qui otteniamo il permesso per la navigazione tra le isole e scopriamo in quali possiamo recarci e in quali, invece, è assolutamente vietato. Ora dobbiamo andare a pagare le tasse di soggiorno, di nuovo all'aeroporto. Alla fine, per una decina di giorni in due persone tutto il malloppo di bolivar prende il volo. Di nuovo all'immigrazione, dove finalmente vista la ricevuta di pagamento ci restituiscono i passaporti timbrati. Siamo dentro.
Devo dire che dovendo attraversare il paese per quattro volte al fine di terminare le pratiche burocratiche, abbiamo avuto moto di apprezzarne le caratteristiche e di farci conoscere dai locali. Tutti alla fine sapevano dei nuovi arrivati. Ciò può sembrare strano, data l'alta affluenza di turisti, ma bisogna considerare che in realtà di europei che arrivano fin qui in barca ce ne sono ben pochi. L'isola d'altro canto è piena di italiani, che, a quanto pare, posseggono il 50% delle posadas, cosa che scopriremo nel pomeriggio, ma andiamo con ordine.
Nel paese ci sono solo tre negozi che possono definirsi Market e tutti e tre ricevono le merci e gli alimentari freschi solo una volta alla settimana. Cioè, ricevevano le provviste con questa cadenza prima dei moti rivoluzionari che stanno attraversando in questi giorni la nazione. Ora tutto è più difficile e le navi di rifornimento, che poi sono delle carrette che ci si domanda come facciano a galleggiare, arrivano saltuariamente, senza regolarità, ma la fortuna aiuta gli audaci, o per lo meno gli sconsiderati. Noi infatti, pur essendo stati preavvertiti della scarsità di approvvigionamenti, siamo arrivati dalla Martinica senza preoccuparci di portare con noi prodotti freschi, i quali, comunque, si sarebbero deteriorati durante la traversata, convinti di poterli comprare sul posto. Intendiamoci, Homaok è comunque stracarico di pasta e scatolami, quindi non abbiamo rischiato di fare la fame. Il punto è che oltre allo skipper Diego, che è vegano, aspettavamo per il giorno successivo di imbarcare otto clienti di origine tedesca, che sarebbero rimasti con noi per una settimana, tra i quali c'erano due vegetariani e due celiaci. Da qui la grande importanza dei freschi. 
Verso le tre del pomeriggio scendiamo di nuovo a terra, con l'idea, ignari di come vanno le cose, di fare la spesa e ci rechiamo al magazzino proprio sulla strada principale. Lo troviamo chiuso. Davanti alle sue porte, però, ci sono due signore in attesa, decidiamo di aspettare anche noi. Qui scopriamo che sono italiane, ci informano che a sorpresa un battello rifornimenti era giunto alla mattina, che nessuno in paese lo sapeva ancora e che il negozio avrebbe aperto da li a pochi minuti. Così, noi fortunati, abbiamo potuto comprare tutto quello di cui avevamo bisogno per una settimana di charter con dieci persone a bordo, senza problemi di sorta.
Più tardi nella stessa giornata, siamo passati a trovare Franca, una delle due signore con le quali nel frattempo abbiamo fatto amicizia, alla sua posada, piccola, ma molto carina, ben tenuta e pulita. La donna abita in Venezuela da trent'anni e possiede la posada alle Los Roques da quattordici. Ci racconta che le condizioni di vita nel Venezuela, sotto gli ultimi regimi, sono diventate impossibili: povertà e violenza. Da lei sapremo che il cambio ufficiale dollaro bolivar è 11, ben diverso dal 55 che abbiamo spuntato al mercato nero, abbiamo capito perché la banca non andava bene. Prima di lasciarla, Franca ci confessa di aver voglia di tornare in Italia, ma nonostante i suoi sessantacinque anni, ben portati, non si rassegna a lasciare il lavoro: forse aprirà una posada alle Baleari, chissà?
Il giorno successivo i clienti arrivano e come al solito, quando il lavoro inizia, non ho più tempo per nient'altro. Dirò solo che le isole sono bellissime dal punto di vista paesaggistico e naturale. Pochissime barche, spiagge bianchissime e un vento teso, sempre presente, che fa dell'arcipelago il paradiso degli appassionati di Kite, come appunto i nostri amici. Un po' pericolose per la navigazione, data la presenza di banchi di sabbia e corallo sempre in movimento e non segnalati adeguatamente sulle carte. Ci si può muovere solo di giorno, meglio in pieno sole, già al tramonto i bassifondi diventano difficili da vedere. Inoltre proprio a causa dei fondali, Homaok, pur pescando solo un metro e trenta, deve tenersi parecchio lontano dalle spiagge e per me, che amo nuotare dalla barca a riva, questo è un inconveniente. Riassumendo, uccelli marini e tartarughe, sole, vento e spiagge dorate, questo sono le Los Roques.
Prima di chiudere: il 25 tornando in "città" per sbarcare i clienti, incrociamo un'altra carretta piena di alimentari freschi. Giusto in tempo per la spesa prima del ritorno a Saint Martin!

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